5 giugno 2021 Solennità del santissimo Corpo e Sangue di Cristo

Eminenza e caro don Angelo,

Ieri durante uno spettacolo dei ragazzi speciali dell’associazione Hermes nel nostro teatro, mi è stato dato questo foglietto che recita: «  devi avere un sogno per svegliarti la mattina ». Mi ha fatto sorridere perché è la domanda che volevamo porre, padre Francesco ed io alle nostre comunità. Quali sono i vostri sogni? perché state in questa comunità? quale sogno vi abita? 

La questione del senso della nostra appartenenza comunitaria e del servizio ci porta a condividere un sogno e a cercare di realizzarlo. 

Il sogno dei due parroci di Torre Spaccata si sta realizzando: la nostra amicizia sacerdotale, il camminare per le vie dello stesso quartiere con la volontà di conoscere la realtà che ci circonda ed abitare con il cuore il territorio ci spinge a farlo insieme. Il sinodo che etimologicamente significa « camminare insieme » nasce dall’ascolto che la diocesi ci sta chiedendo di realizzare sul territorio. 

Il cammino sinodale che oggi con la sua presenza solennemente apriamo, nel giorno del Corpus Domini, parte da Cristo che si fa Carne, realtà, concretezza, nutrimento, condivisione. 

Il lockdown e questo periodo hanno rivelato tante situazioni di sofferenza. C’è chi si è fatto prossimo alle famiglie e agli anziani per assistere, portare la spesa, fare delle commissioni. Abbiamo visto infatti una comunità che si è messa subito al servizio: servire non regnare è la nostra vocazione

È chiaro che ora tutto questo ha rivelato un grande bisogno di rigenerare la vita comunitaria e del quartiere a partire da questa capacità di ascolto, di prossimità alle sofferenze e difficoltà. Per noi queste sfide sono preziose perché ci permettono di ripensare e di allargare il perimetro della vita ecclesiale. Vogliamo veramente fare amicizia con tutti e metterci in ascolto di tutti e credo che questa pandemia ci abbia illuminato davvero dei percorsi nuovi che spero saremo in grado di intraprendere con grande coraggio e determinazione.

Abbiamo capito che sinodalità è anche mettersi in ascolto: ascolto tra le diverse generazioni, tra le diverse situazioni sociali e condizioni di vita, tra le diverse aree di questo territorio.

In questo senso credo che le nostre due comunità  possano mettersi al servizio di questo quartiere, proprio offrendo questa capacità di ascolto e diventando un luogo dove matura la capacità di ascolto delle persone e dove il “camminare insieme” è costruito nel dialogo e nelle alleanze. 

In questi ultimi anni, infatti, con « La Rete » abbiamo sperimentato tante bellissime esperienze di amicizia con diverse associazioni, comitati e istituzioni, presto verra al giorno un patto educativo locale per lottare contro la povertà educativa che tocca alcuni ragazzi e le loro famiglie e un patto di vita comune per valorizzare il nostro territorio e la vita del quartiere dove ciascuna realtà  con la sua specificità e i suoi doni contribuisce a construire il bene comune.

Questo cammino che intraprendiamo poggia su due brani della scrittura che vogliamo meditare: 

« Da questo tutti sapranno che siete i miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri (Gv 13,35). » che sottolinea la necessaria comunione tra le nostre due parrocchie.

E le parole del grande evangelizzatore S. Paolo ai corinzi: « a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il Bene comune » (1 Cor 12,7) per l’alleanza con le diverse realtà sul territorio di cui parlavo prima.

 Ci mettiamo quindi al servizio di un cammino che deve iniziare soprattutto con una grande fiducia nei confronti dello Spirito che ci guida e sicuramente è davanti a noi.

Omelia del cardinale vicario. Messa prefestiva. Apertura cammino sinodale di Torre Spaccata.

Carissimi, ho tanta gioia nel cuore questa sera nel celebrare qui con voi questa Eucarestia nella solennità  del Corpus Domini.

Ringrazio don Stefano, ringrazio padre Francesco, gli altri sacerdoti; e ringrazio tutti voi per il cammino  che state facendo insieme, di queste due comunità, vicine in questo territorio. È  una bella grazia questa. Vogliamo continuare questo cammino con gioia.

Vi porto il saluto e la benedizione di papa Francesco. E lasciamoci guidare dalla parola di Dio.

San Marco ci prende per mano questa sera e ci conduce in quello che accade nella cena che Gesù condivide con i suoi amici, proprio prima del suo arresto. Il racconto si apre con l’iniziativa dei discepoli: “Dove vuoi che andiamo a preparare perché  tu possa mangiare la Pasqua?”. E Gesù  manda due di loro, li istruisce accuratamente. Però di fatto i discepoli, oltre a vedere i segni che Gesù  aveva preannunciato, troveranno che tutto era stato già  preparato.  Ogni cosa si presenta ai loro occhi già  pronta. Allora il racconto si fa paradossale: i discepoli devono preparare quello che già  trovano pronto! È  un modo sottile, direi quasi raffinato dal punto di vista  narrativo, per farci comprendere che l’iniziativa di Gesù precede, trasforma quella dei discepoli. I discepoli vogliono preparare perché  Gesù  mangi la Pasqua, perché  possa mangiare l’agnello; di fatto trovano che tutto è già pronto,  perché è Gesù  stesso che dà  loro da mangiare il vero agnello: è  lui l’agnello pasquale,  consegnando il suo corpo e il suo sangue nei segni del pane e del vino.

Quindi la logica, cari fratelli e sorelle, che qui incontriamo, è  la stessa che vediamo nel racconto della cena: in quello che lì accade quando sono radunati insieme alla stessa mensa, Gesù  anticipa, trasforma l’iniziativa di altri con l’amore col quale dona la propria vita.

Per comprendere bene i versetti dell’evangelista Marco che oggi la liturgia ci propone, bisogna inserirli nel loro contesto più  grande, più  ampio. Ed è  illuminante osservare come san Marco costruisca la scena, articolando tre brevi quadri. Ai due estremi del suo racconto san Marco colloca il peccato dell’uomo, annunciando prima il tradimento di Giuda, e poi il rinnegamento di Pietro. Questa è  la cornice. Al centro l’evangelista  pone quello che Gesù  dice e compie sul pane e sul vino, consegnando se stesso: “Prendete, questo è  il mio corpo.  Questo è  il mio sangue dell’alleanza, che è  versato per molti“. Guardate, è  meraviglioso tutto questo! Questa è  la  risposta  di Gesù  al peccato dell’uomo! Lui al peccato risponde così.  Qui troviamo il vero criterio per capire l’intera passione di Gesù.  Anche lì  c’è una cornice, quella cornice  che è  fatta dagli uomini,  rappresentata dagli uomini: dunque, il loro peccato. Quella cornice fatta  dal giudizio falso, che condanna alla morte un innocente;  quella cornice rappresentata dalla loro violenza, dalla loro incredulità.  Però  è  soltanto la cornice, al centro c’è  altro: c’è  l’agire di Dio che, proprio dentro questa storia di peccato, manifesta la potenza della sua misericordia  e della sua salvezza.

Guardate, quando noi parliamo di onnipotenza di Dio dobbiamo pensare a questo: nessun peccato può  fermare l’onnipotenza di Dio che è  il desiderio di salvare tutti, di andare fino alla fine, fino in fondo. Qui c’è  il cuore stesso di Dio, c’è  il cuore della vita di Dio, che è  più  forte della morte, è più  forte  del peccato.  I discepoli  vorrebbero preparare la Pasqua, di fatto è  Gesù che la prepara per loro. Giuda, con il suo tradimento, consegna Gesù  ai suoi nemici; in verità  è  Gesù che consegna la sua vita per la salvezza di Giuda e di tutti.  I discepoli vogliono preparare la Pasqua per il loro maestro, ma la vera Pasqua è  quella che lui prepara per loro. E per tutti! E la prepara nella grande sala, al piano superiore, che è  il luogo simbolico di quel regno dei cieli nel quale desidera condurci tutti attraverso la sua morte e la sua Resurrezione.

E allora, vedete, ogni volta che noi celebriamo l’Eucarestia,  come stiamo facendo questa sera, nei segni del pane e del vino, dobbiamo riconoscere il vero corpo e il vero sangue di Gesù; ma anche riconoscere il segno profetico che anticipa quel banchetto del cielo che il Signore prepara per tutti noi, perché  anche noi possiamo bere assieme a lui il vino nuovo del regno che viene. “In verità  io vi dico che non berrò  mai più  il frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò  di nuovo nel regno di Dio”. Nel pane e nel vino, nel corpo e nel sangue di Gesù, pregustiamo il pane di vita e il vino nuovo che ci consentono di entrare già in comunione con quel regno di Dio che si è  reso presente in Gesù Cristo . All’inizio del suo ministero Gesù  aveva proclamato: “Il tempo è  compiuto , il regno di Dio è  vicino.  Convertitevi e credete al Vangelo”. Adesso il regno che in Gesù  si è  fatto presente nella nostra storia, nei segni del pane e del vino  che possiamo bere e mangiare, quel regno entra dentro di noi, si interiorizza nelle nostre vite, ci nutre, ci fa vivere della sua stessa logica: è  la logica di un amore che si consegna, vincendo il nostro peccato e vincendo la nostra morte.

Vi ricordate, l’abbiamo ascoltato: sul Sinai, stando al racconto dell’Esodo, Mosè asperge il popolo con il sangue. Nella cena Gesù  dona da bere il suo sangue versato. Possiamo dire: da un livello esteriore arriviamo a un livello interiore. Il sangue non viene asperso sull’esteriorità dei corpi, entra nell’intimo della vita. Il principio vitale che il sangue rappresenta, la vita stessa di Gesù, viene ad abitare in noi, ci fa vivere di lui: questo è  il grande miracolo.  Forse non ce ne rendiamo conto abbastanza: lui diventa il nostro principio vitale! Ecco perché abbiamo bisogno dell’Eucaristia, continuamente! E allora lui ci rende capaci di opere di vita che sono le opere dell’amore che si dona.

E incontrando prima i due gruppi che ho visitato questa sera, ho detto: “Che il Signore ci conceda l’entusiasmo di donarci”. Ma nessuno di noi se lo può  dare da solo. Questo principio Vitale deve entrare e ce lo dona lui, è  la sua vita che entra in noi. La dobbiamo solo accogliere! Allora saremo capaci di grandi opere, non perché siamo bravi noi, ma perché  offriamo al Signore la possibilità di servirsi di noi e di continuare a realizzare il suo regno in questa nostra storia. Quindi potremo ripetere anche noi i gesti sul pane e sul vino in memoria di Gesù,  fino a diventare sua memoria vivente. È  l’augurio che ci facciamo questa sera in questa bellissima festa di solennità del Corpus Domini. Non possiamo fare le processioni, ma la realtà  vera è  questa, è  che lui entra dentro di noi, ci trasforma.

E concludo dicendo: forse la fatica che facciamo a volte è  quella di pensare che possiamo noi decidere il modo con cui donarci agli altri. Voi avere sperimentato, come l’ho sperimentato io, che non funziona così. Il modo con cui ci doniamo ce lo prepara Gesù,  è  questa forse la fatica più  grossa da accettare. La Pasqua ce la prepara lui. Nessuno di noi si può  preparare la Pasqua da solo. Cioè: il modo con cui amiamo non lo decidiamo noi, è  la vita che ce lo dona. Ecco, la fedeltà  a quell’oggi che stiamo vivendo tutti quanti, a quella realtà  in cui ognuno di noi si trova e in cui c’è da dire: “Eccomi Signore, continua ad amare, perché  tu mi dai la forza di amare”, sarà  la nostra gioia perché  ci renderà più liberi, ci renderà più  felici.

Quindi auguri a tutti, buon cammino,  questo “cammino insieme”, come dicevo all’inizio. E un augurio particolare a voi bambini e bambine che avete fatto la Prima Comunione: che il Signore possa trasformare la vostra vita in un dono d’amore per tutti quelli che incontrate nella vostra esistenza. Così sia.