Celebriamo oggi la seconda domenica di Pasqua.
Permettetemi, come introduzione, di ricordare che la Chiesa non parla di tempo del dopo Pasqua, ma di un tempo di Pasqua. Abbiamo vissuto per otto giorni la Pasqua e adesso vivremo un tempo che culminerà con la solennità di Pentecoste. La Chiesa ci dona questo tempo, perché ciò che è accaduto, su cui siamo chiamati a riflettere e credere, è un qualcosa di straordinario.
Vedete, in questi primi giorni di Pasqua, stiamo vedendo come il Risorto appaia ai discepoli di Emmaus, alle donne, agli apostoli. Gesù non appare per manifestare la sua gloria, ma per venire incontro alla nostra povera fede. Potremmo dire che rispetto ad oggi è cambiato poco. Ancora oggi molti vorrebbero credere e si attaccano ai segni: corriamo lì perché c’è una veggente, corriamo là perché c’è la madonna che lacrima, corriamo a destra e a sinistra, per il bisogno di qualcosa o di qualcuno che ci aiuti nella nostra fede. L’esperienza di Tommaso, per certi versi, è l’esperienza dell’umanità attuale: voglio credere, ma ho bisogno di toccare e di vedere.
Come ci è stato detto con grande chiarezza da San Paolo, la Pasqua è il fondamento della fede e non si può prescindere da essa. Dice l’apostolo che se Cristo non fosse risorto dai morti, vana sarebbe la nostra fede.
Cosa vuol dire vivere il tempo prima di Pasqua e il tempo dopo Pasqua?
Ora tutti noi, chi più chi meno, sentiamo nei nostri cuori questo desiderio di Dio: qualcuno fa un percorso di fede, qualche altro si aggiorna con libri e varie riviste. Tutti vogliamo conoscere Gesù ed è cosa buona e giusta. Ma il conoscere non è sufficiente, se poi non diventa un credere.
Diverse volte il Signore dirà, come lo disse a Marta e al Cieco di Gerico:” Tu credi nel figlio dell’uomo?” E’ qui che si apre il discorso sulla fede. Ve lo ripeterò fino a stancarmi: avere fede non vuol dire recitare tante preghiere, anche se siamo tutti d’accordo che quelle sono importanti: avere fede vuol dire fare l’esperienza di Cristo e quindi vivere Cristo nell’oggi della vita. Dobbiamo partire da qui, perché altrimenti c’è questo pericolo, che credo sia molto presente anche oggi nella Chiesa.
Come avete ascoltato, il Risorto appare ai discepoli e li incoraggia: “Vedete, toccate! Non abbiate paura!”
Gesù dice due cose importanti. La prima:” Pace a voi.”Carissimi, il primo frutto credibile e visibile della Pasqua è la pace. La fede non è, lo sottolineo un’ infinità di volte, l’insieme di tante belle parole, giaculatorie o bei pensieri spirituali: togliamoci questo dalla testa. La fede e’ vita. Il primo segno di una fede autentica è la pace. Scusatemi la schiettezza, è da ipocriti, pregare per la pace del mondo, affinché cessino le guerre e poi non essere in pace tra di noi, con i fratelli. Innanzitutto cerchiamo di stare in pace con noi stessi, perché qualche volta, quando abbiamo una nostra difficoltà, la riversiamo sugli altri. Cerchiamo di stare bene con noi stessi e poi, ovviamente, cerchiamo di essere costruttori di pace, usando la bellissima espressione di San Francesco, che credo un po’ tutti conosciamo: “ Signore fai di me uno strumento della tua pace.” Non possiamo determinare le sorti dell’umanità, possiamo, però, essere in pace tra di noi, in famiglia, nel vicinato, nel palazzo, sul lavoro, eccetera, eccetera. Siamo costruttori di pace e saremo credibili in questo senso. Il mondo non sa che farsene delle nostre chiacchiere, con le quali non otterremo nulla.
Ecco la seconda frase detta da Gesù, altrettanto impegnativa e stupenda, sulla quale dobbiamo molto vigilare. “Come il Padre ha mandato me, così io mando voi”. Questo è l’aspetto più bello della vita cristiana: sentirsi partecipi del progetto di Dio, sentirsi protagonisti della fede. Dobbiamo stare attenti però, perché tante volte, a motivo, scusatemi l’espressione, del nostro sbagliato buonismo, annunciamo un Vangelo che non è di Cristo, una parola, che non è parola di Dio. Ricordiamoci, quando ci sentiamo mandati, che, come dice la scrittura, il cielo e la terra passeranno, ma la parola di Dio non passerà. Il Signore dirà anche che tu non hai le facoltà per aggiungere o per togliere neppure uno iota, cioè la lettera più piccola dell’alfabeto greco. L’annuncio non si inventa. Dicevano i Vescovi Italiani, nel Giubileo del 2000: ”Bisogna annunciare il Vangelo in un modo che cambia. Consapevoli che il mondo cambia, bisogna usare gli strumenti del mondo, ma non possiamo toccare il Vangelo.“ San Paolo dirà a un certo punto:”Cosa viene chiesto all’amministratore? Che sia saggio e fedele. Saggio perché deve inventarsi di tutto per gestire i beni del padrone, ma fedele perché non deve tradire il suo maestro.” Questa è la missione alla quale la Chiesa è chiamata, questo è ciò che deve caratterizzare la nostra vita cristiana. Nella fede, tutti o ci sentiamo pienamente coinvolti, responsabilizzati o stiamo perdendo tempo.
La liturgia è stupenda, perché è ricca di segni che ci aiutano a farci crescere nella fede: ricordate il segno nella notte di Pasqua, quando siamo chiamati a rinnovare la fede, ma con la candela accesa, che simboleggia appunto la mia e la nostra fede: ”Io sono la luce del mondo” ecco il segno del cero Pasquale; ma nel giorno di Pentecoste, quel cero si spegne e Gesù dice: “ Voi siete la luce del mondo, adesso tocca a voi illuminare il vostro mondo, continuare ciò che io ho iniziato.”
È stupendo, ma è anche impegnativo, essere credibili nella vita.
In questo tempo di Pasqua e per chi di noi ha la grazia e l’opportunità di partecipare alla Messa quotidiana, il libro degli Atti ci ricorda quello che hanno fatto i discepoli del Signore, tra cui Tommaso. A tutti noi è successo qualche volta di sentire in bocca a gente che non frequenta la chiesa e non partecipa mai alle nostre celebrazioni domenicali :” Che sei come Tommaso?” Spesso Tommaso è citato in senso negativo. Io chiedo sempre, quando qualcuno mi dice questo :” Lo sai come è morto Tommaso? Cosa ha fatto dopo?” pochi lo sanno, però ricordano questo episodio, in cui lui non ha creduto e ha voluto toccare con mano le ferite di Gesù.
Fondamentale in questa domenica è la parte finale del Vangelo, gli ultimi tre versetti. Dice Giovanni:
”Gesù, in nostra presenza, ha fatto tanti altri segni, tante cose, ma non tutte le abbiamo scritte; ciò che abbiamo scritto è per voi, perché crediate e credendo abbiate la vita.”
Questo è fondamentale: non puoi credere se non conosci.
“Tu ti fidi di me?”
“Ma se non ti conosco!”
Voi vi fidate di Gesù? Nella vostra vita di chi vi fidate?Tu ti fidi di Gesù?
Noi,però, non conosciamo Gesù. Se confrontiamo tre bambini di religioni diverse, con tutto il rispetto per le catechiste e per i bambini, i più ignoranti in materia religiosa sono i nostri e senza nessun dubbio: un bambino ebreo conosce la Torà, i nostri bambini, mandati al catechismo a otto anni, non sanno neanche farsi il segno della croce, però hanno già in mano il cellulare e lo usano meglio di me.
Tu credi e credi che mi conosci.
Innamoratevi di Gesù Cristo.
Innamoratemi di Gesù Cristo, perché tutto basta, tutto è per un tempo.
E’ fondamentale che ciascuno di noi possa fare un’esperienza di Gesù, allora sì che vivremo da risorti.
Un sociologo, prima della Giubileo del 2000, fece uno studio per tutta l’Italia, in diverse regioni, domandando a un certo numero di persone, appena uscite dalla Messa, di cosa parlassero le letture ascoltate. Secondo il suo studio, il 90% di queste non se le ricordava. Se tutto ciò è vero non dobbiamo scandalizzarci, ma riflettere.
Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio, ecco perché mi permetto di dire quanto sia importante il catechismo, ma non in preparazione al sacramento, ma come un percorso di fede. Abbiamo bisogno di conoscere Gesù Gesù.
Impariamo a tradurre il verbo credere con altri quattro verbi. Credere vuol dire: conoscere, amare, servire, donare.
Credo nel momento in cui conosco, conoscendo amo, amando servo, servendo dono: allora sì che è veramente Pasqua.
