Con la parola che oggi abbiamo ascoltato, si conclude il tempo di Pasqua, che liturgicamente termina domenica prossima, con la solennità di Pentecoste: Gesù ascende al cielo e ritorna in parte.
Adesso cosa dobbiamo fare? La risposta è continuare l’opera iniziata dal Signore, che ci chiama ad una vocazione grande. Nella fede nessuno è spettatore, siamo tutti protagonisti, nella diversità dei carismi e delle vocazioni. Non tutti siamo chiamati a fare le stesse cose, ma tutti siamo chiamati ad edificare il corpo di Cristo, che è la Chiesa. Il Signore ha bisogno di tutti, chiama, tutti, ad andare nel mondo, ad annunciare il Vangelo.
Fratelli miei carissimi, il Signore non ha bisogno di maestri, ma di testimoni. Non dobbiamo insegnare, ma testimoniare, vivere il Vangelo da Lui annunciato. Pensare che Dio si fidi di me, che mi chiami a continuare l’opera da Lui iniziata, andando nel mondo a portare la sua parola, dovrebbe essere per tutti un motivo di orgoglio, di gioia, di piena consapevolezza di quello che è, oggi, l’essere cristiano: non un’etichetta che ci viene appiccicata addosso, ma è un dono, che siamo chiamati a mettere a servizio e far fruttificare.
Il Libro degli Atti, nella prima lettura, ci racconta che, mentre il Signore ascende al cielo, i discepoli lo fissavano. Due angeli in bianche vesti, dicono :”Uomini che state fissando?” Non c’è niente da guardare, c’è piuttosto da impegnarsi. Diverse volte, nei Vangeli, Gesù dirà di andare a lavorare, di essere operai nella sua vigna, che è la Chiesa, che è di Cristo e in essa siamo chiamati, tutti, ad essere a servizio, come servi inutili, ma comunque servi. Il Signore, lo ripeto, ha bisogno di tutti.
Adesso inizia il tempo della Chiesa; abbiamo gioito dell’incarnazione del Figlio di Dio. Gli Angeli apparendo ai Pastori dicono:” Vi annunciamo una grande gioia!” e questa gioia è il Bambino, che è diventato adulto, che ci ha parlato, ci ha dato l’esempio, ha insegnato, ci ha aiutato a vivere la fede e ci ha messo nella condizione di comprendere qual è la nostra vocazione. Il Signore per noi ha dato la vita e come dice San Paolo, ha accettato la morte, è risorto, è apparso e oggi ci chiede di credere, di fidarsi di Lui. Viviamo un mondo dove siamo esposti a tanti valori, a tante pseudo-verità e siamo ovviamente condizionati da diverse situazioni. Questo è oggettivo, non possiamo negarlo. Nel nostro cuore c’è il desiderio di Dio, c’è il voler essere dei buoni cristiani, ma poi dobbiamo confrontarci con il mondo esterno, con la vita di tutti i giorni, con le fatiche, con le difficoltà ed è lì che Gesù ci dice di fidarci, di non avere paura.
Annunciare il Vangelo non vuol dire riempirsi la bocca di chissà quali ragionamenti, ma vuol dire essere coerenti con se stessi. San Francesco d’Assisi, quando inviò i fraticelli, disse di andare in tutto il mondo e annunciare il Vangelo, senza aprire bocca, senza dire niente, ma piuttosto vivendo.
La gente non si converte a forza di chiacchiere, non si cambia il mondo con le parole, con i nostri ragionamenti. Il mondo ci guarda e proprio a motivo del fatto che andiamo in chiesa, che frequentiamo la parrocchia, che facciamo un cammino di fede, che la gente da noi si aspetta quel qualcosa che il mondo stesso non riesce a comunicare. Testimoniamo con la vita, diventiamo credibili nel quotidiano. Non ci viene chiesto di fare cose straordinarie, inimmaginabili, ma di vivere la vita di tutti i giorni, l’ordinario in mondo straordinario. Essere una persona corretta, onesta, educata, rispettosa: già questo è un grande segno nel mondo di oggi. Il Signore si fida di noi e si affida a noi, confida nella nostra disponibilità; adesso, allora, la domanda è: quanto ognuno di noi è disposto a mettersi in gioco, ad andare fuori, ed essere un cristiano, non uno dei tanti, ma un cristiano autentico? San Paolo ad un certo punto dirà: ”Non conformatevi alla mentalità di questo mondo”: è sbagliato andare a messa la domenica e poi da lunedì al sabato fare le stesse identiche cose che fa il mondo. Non può essere così. Non deve essere così. Viviamo Cristo, nel mondo, tutti i giorni e saremmo un segno per chi ci incontra, per chi ci conosce.
Come inizia la vita terrena di Gesù? Con questo episodio che racconta Luca e racconta anche San Matteo: i pastori, quando arrivarono a Betlemme, videro il Bambino e prostratisi lo adoravano. La stessa cosa fecero i magi e la stessa cosa viene oggi detta da Matteo, riguardo all’episodio dell’Ascensione: i discepoli, dice, quando lo videro, si prostrarono.
Carissimi, questo è un consiglio che mi permetto di darvi: aspettando di diventare delle persone che vivono una vita di fede straordinaria, partiamo dalla fede del corpo. Iniziamo dalla preghiera del corpo. Oggi non ci prostriamo più davanti al Signore. Abbiamo una sorta di familiarità con i luoghi sacri e li abbiamo un po’ sminuiti. Ritorniamo alla preghiera del corpo. Ritorniamo all’essenziale: di fronte a Dio impariamo a prostrarci, a riconoscere la nostra piccolezza e la sua grandezza. Chi si umilia sarà innalzato, chi si innalza sarà umiliato.
“Prostratisi, lo adorarono.”
