Omelia di Domenica 11 gennaio 2026


Con la solennità di oggi termina il tempo di Natale, che  la Chiesa definisce come un tempo forte, importante e ci auguriamo  possa veramente portare, in  tutti,  dei benefici spirituali. Come inizia il tempo di Natale?

“Vi annuncio una grande gioia!”, dicono gli angeli ai pastori. “Per voi c’è un qualcosa di straordinario, di impensabile, di inimmaginabile. “

Che è successo?

Un Bambino.

Carissimi, Dio per cambiare il mondo non ha mandato un esercito, ha mandato un Bambino.” E questo è il segno”, dicono gli angeli.

Papa Leone qualche tempo fa è andato in Turchia per festeggiare i 1700 anni del Concilio di Nicea, dove si disse che non era possibile che Dio si facesse uomo e che nascesse da una donna . Già lì ci fu una divisione, già allora quel Bambino ha diviso  la Chiesa.

Oggi vediamo un altro aspetto, altrettanto importante, dal quale non possiamo e non dobbiamo allontanarci. Quel Bambino diventato adulto  va al fiume Giordano.

Sappiamo che Giovanni e lo dice lui stesso, celebrava un battesimo di penitenza. “Convertitevi”, diceva  e tutti i peccatori andavano da lui.

Giovanni ad un certo punto si trova di fronte Gesù:” Tu che c’entri? Tu che stai facendo qua? Tu non devi stare qui,non ti puoi confondere con i peccatori! “

Sì, fratelli miei, Gesù si è messo con i peccatori,  con la povera gente, si è fatto uno tra tanti.

Vedete, allora, cosa vuol dire  essere cristiani, per noi oggi o ancora meglio, cosa vuol dire essere battezzati, per noi oggi ? Cosa comporta il battesimo?

Comporta un cambio di prospettiva.

Dobbiamo riflettere su questo e ripartendo da quello che  domani chiameremo il tempo ordinario, ricordiamoci di essere “gente tra la gente”.

Non siamo migliori di nessuno, non siamo diversi da nessuno, ognuno di noi si porta sulle spalle i propri limiti, i propri peccati, le proprie contraddizioni.

Educhiamoci quindi a non etichettare la gente, a non puntare il dito. Nessuno è migliore degli altri.

Fratelli miei carissimi, verificate la vostra vita di fede all’interno della scrittura, con la parola di Dio in mano. Gesù, ad un certo punto e tutti conoscete benissimo  questo episodio, quando gli fu messa davanti  una donna che aveva peccato e tutti attorno, già con le pietre,  erano pronti a condannarla,  disse:” Fatelo, fatelo, se la legge di Mosè lo dice, fatelo, però lo faccia chi è senza peccato.” E’ come se il Signore, in quel momento, dicesse a tutti noi:” La differenza tra te e lei, è che lei è stata scoperta e tu no, e solo perché non sei stato scoperto ti senti migliore degli altri, ti senti nella condizione di poter giudicare l’altro?”

Noi siamo un popolo in cammino, popolo di peccatori, non di uomini perfetti; siamo persone che, consapevoli dei loro limiti, delle loro miserie, delle loro fragilità, si impegnano e si sforzano di fare un cammino di fede.

Stiamo attenti a non vivere tutta la nostra vita di fede soltanto nell’apparenza, nell’esteriorità, nel far vedere  chissà che cosa, a chissà chi. Dobbiamo sempre ricordarci e mai perdere di vista che quel Dio nel quale diciamo di credere, scruta il cuore, non si ferma all’apparenza. Tu, io, noi chiediamoci davanti a Dio: ”Che cristiano sono? Che persona sono?”

Dopo che Gesù uscì dal fiume Giordano, dice l’Evangelista, ci fu una voce,  quella del Padre, di Dio Padre che parlò e disse:” Lui è il figlio mio amato! Ascoltatelo!”

Quel bambino che avete visto nella mangiatoria, che siete andati a Betlemme per adorare, adesso è l’uomo che vi trovate davanti. Ascoltatelo!

Non dobbiamo, però, limitarci ,come ci dirà San Giovanni nella sua lettera, ad ascoltare e basta. Non siamo di quelli che ascoltano, illudendo se stessi, non siamo i piccoli cristiani della domenica, che si accontentano di andare a Messa; dobbiamo essere di quelli che mettono in pratica la parola,  la vivono, la incarnano. Quante volte i genitori rimproverano i figli, specialmente nell’adolescenza e dicono loro :” Tu non ascolti!!!” e così dice il Signore a noi, “Tu non ascolti,  non metti in pratica ciò che io ti chiedo”.

Cosa vuol dire, allora, essere cristiani, in che cosa consiste l’essere cristiani ?

Dice il profeta Isaia:” Così dice il Signore, ecco il mio servo che io sostengo”.

E’ questo il titolo di cui dobbiamo vantarci, che dobbiamo imparare ad ostentare: essere servo. Non c’è vocazione più grande di questa, nella chiesa: il servizio.

In un mondo dove ormai facciamo fatica, dove non abbiamo tempo, il Signore ci chiama a farci servi.

Carissimi, anche nelle nostre comunità ostentiamo i nostri titoli; in tante case  sono esposte le nostre lauree, i nostri diplomi, i nostri master, e va bene così, ma ciò di cui dovremmo vantarci, ciò di cui dovremmo essere orgogliosi è solo questo: l’essere servo e se la vogliamo dire tutta, essere “servi inutili”.

Molti pensano di essere indispensabili. Solo Dio è necessario, tutti noi siamo servi inutili.

Riscopriamo il nostro battesimo. Il battesimo ci rende figli, nel figlio, e in quanto figli siamo chiamati a metterci al servizio del Padre. Dice San Paolo, nella Lettera ai Filippesi: ”Cristo Gesù, pur essendo Dio, pur essendo l’Unigenito, si è fatto servo. E si è fatto servo obbediente fino alla fine, fino alla morte.”

Questa è la vocazione della chiesa. Oggi c’è una chiesa troppo borghese,  dove non vogliamo più sporcarci le mani, non abbiamo tempo, ma soprattutto non abbiamo voglia. Se una parrocchia è bella, si vede da come è tenuta e se  è ben tenuta, vuol dire che lì c’è una bella comunità, una comunità viva.

Carissimi, il Signore ci chiama oggi, in questo momento della storia, ad una vocazione grande: essere un segno di contraddizione, un segno paradossale. In un mondo dove ognuno va in un certo modo, noi siamo chiamati ad essere un segno opposto.

Allora sì, che saremo credibili: c’è una grande differenza tra credente e credibile. Molti di noi sono forse credenti, ma dobbiamo essere  anche credibili. Il mondo ci guarda, la vicina di casa, il collega sul lavoro, il familiare, ci guarda. E purtroppo, tante volte, non vedono nulla di strano: siamo esattamente come sono gli altri.

Allora che differenza c’è tra me e uno che abitualmente non va in chiesa?

Che differenza c’è tra me e uno che dice di non credere?

Dobbiamo essere consapevoli che Dio ci chiama ad una vocazione grande: essere un segno in questo mondo di quel Dio che si è fatto bambino, che si è fatto servo e ha dato la vita solo per un motivo: l’amore.

L’amore cambierà il mondo.