Celebriamo oggi la terza domenica di Pasqua.
Come ho avuto modo di dirvi diverse volte e come vi ripeterò fino a stancarvi, il nostro cammino domenicale non è solo un andare a messa, ma deve diventare lo strumento che abbiamo per fare, al meglio, il nostro cammino di fede. Anche nel tempo pasquale, che stiamo celebrando, la liturgia ci aiuta.
Oggi è l’ultima domenica nella quale facciamo l’esperienza del Risorto. Gesù è risorto, è apparso alle donne, agli apostoli, ai discepoli di Emmaus, non per farci vedere di che cosa è stato capace o per manifestare la sua forza e la sua gloria, ma per aiutarci nella nostra misera fede.
Carissimi, questa pagina di Luca è una di quelle pagine che, durante il tempo di Pasqua, dobbiamo avere come riferimento, perché ci dona diversi punti che meritano la nostra attenzione e riflessione spirituale.
Dice l’Evangelista che due uomini andavano da Gerusalemme verso Emmaus, cioè facevano un cammino di ritorno, un po’ come quello che facciamo tutte le domeniche, quando usciamo dalla Chiesa, per tornare a casa.
Qualche giorno fa abbiamo visto come Pietro, dopo la morte di Gesù, disse ai suoi amici, che sarebbe ritornato a pescare. Potremmo tradurlo dicendo:” Ritorno alla vita di prima.” Pietro era pescatore, viveva di quel lavoro, ma il Signore lo aveva chiamato e con lui aveva condiviso un tempo, aveva visto, era stato testimone. Morto Gesù, Pietro ritorna alla vita di prima. Allora carissimi, la prima domanda che dobbiamo farci e sulla quale dobbiamo non rispondere ma riflettere è questa: la Pasqua in noi porta benefici? La Pasqua ci aiuta a diventare persone migliori, diverse, che guardano il mondo con un occhio nuovo?
Papa Francesco diverse volte ci ha ricordato, che il celebrare e basta serve a poco. Abbiamo celebrato la Pasqua, potremmo dire con grande solennità, ma se tutto si limita al celebrare, è inutile. Il nostro celebrare deve aiutarci per vivere. Prendiamo l’esempio di Pietro. Tutti noi ricordiamo i Vangeli della Passione, che abbiamo ascoltato poco tempo fa. Quando Gesù disse agli apostoli che il figlio dell’uomo sarebbe stato arrestato, umiliato, ucciso, Pietro subito gli rispose: ”No signore non lo permetteremo, io per te sono pronto a dare la vita” e Gesù gli ribadì:” Ti dico una cosa, questa notte stessa tu dirai che non mi hai neanche conosciuto” e così accadde. Pietro ebbe paura e rinnegò Gesù.
Questo prima di Pasqua. Guardate, però, cosa succede dopo Pasqua.
In questi giorni leggiamo il libro degli Atti degli apostoli e lo leggeremo fino a Pentecoste. Nella prima parte del tempo di Pasqua, protagonista è Pietro. Tra qualche giorno protagonista diventerà Paolo. Dice la prima lettura di oggi:
“ Pietro si alzò in piedi e a voce alta disse così: uomini d’Israele, ascoltate. voi avete ucciso Gesù, voi l’avete ucciso!”
Pietro sta dicendo questo a tutti, anche ai capi, ai sacerdoti e agli scribi. Pietro grida: ”Dobbiamo obbedire a Dio, non agli uomini.” Quel Pietro che aveva avuto paura, che addirittura aveva detto di non conoscere Gesù, è lo stesso uomo che adesso non si tira indietro e grida: ”Gesù è risorto, Gesù che voi avete crocifisso, Dio lo ha risuscitato!”
Carissimi, il problema non è il nostro peccato o la nostra difficoltà nel vivere la vita: il problema diventa la nostra mediocrità, quando decidiamo che le cose vadano bene così. Ci deve essere un prima di Pasqua e un dopo Pasqua. Ci deve essere un prima di Cristo, un dopo Cristo.
Il Vangelo di oggi ci aiuta a riflettere. Gesù sente parlare i discepoli di Emmaus, che tra loro ragionavano su ciò che era accaduto a Gerusalemme; erano stati testimoni di ciò che era successo, ma se lo raccontavano a livello umano, avevano perso di vista ciò che Gesù aveva detto, cioè la fede.
Oggi si tende molto, anche da parte nostra, ad una fede troppo razionale e stiamo perdendo di vista la dimensione dello Spirito, cioè della fede. E’ stupendo il dialogo tra Gesù e questi due discepoli, perché Gesù chiede a loro:” Voi che sapete tutto, ditemelo voi, che cosa è accaduto?”
“Ma solo tu sei così forestiero da non sapere che cosa è accaduto? “
“Ditemelo voi, che cosa è accaduto?”
Una persona che non crede in Dio, che vorrebbe credere, ma che fa fatica, viene da voi e vi dice:” Dimmi una cosa, ma a Pasqua, che cosa succede? “Noi che gli raccontiamo? Che cosa abbiamo da dire? Che cosa vogliamo annunciare?”
E poi un altro aspetto: dice il Vangelo che il loro volto era triste. Oggi, tante volte, i nostri volti sono tristi. Non si percepisce la Pasqua: siamo preoccupati, amareggiati, sfiduciati, delusi. Siamo troppe cose, umanamente tutte, giustificabili, ma non siamo Pasquali, non siamo risorti. Questo, cristianamente, è triste. Infatti Gesù dice ai due:” Stolti e lenti nel credere” e per farli credere non fa un miracolo, ma gli rispiega la Scrittura, da Mosè, fino a Lui.
Carissimi, fondamento della fede è l’amore di Dio e la scrittura. Innamorativi della scrittura. Dedicate tempo al Vangelo, allora sì che impareremo a vedere tante cose in modo diverso. È comprensibile, tante volte, essere un po’ sfiduciati. Basta guardarsi attorno, guardare il tempo che stiamo vivendo, guardare questo mondo. Ma se noi non impariamo ad alzare lo sguardo, allora non abbiamo niente da dire. San Paolo ad un certo punto dirà che se Cristo non fosse risorto dai morti sarebbe vana la nostra fede. Dobbiamo riflettere molto su questo.
Gesù si fa riconoscere nello spezzare il pane.
E’ bello poi un un altro aspetto. Dice il Vangelo che questi uomini se ne tornavano da Gerusalemme ad Emmaus, facendo
undici chilometri. Arrivati finalmente a destinazione erano stanchi e invitano Gesù a fermarsi con loro:” Resta con noi, Signore, perché ormai il giorno volge al declino.” E Gesù si ferma. Dice il Vangelo che quando lo riconobbero, non sentirono più la stanchezza e il peso di quel percorso, ma subito si rimisero in viaggio e tornarono a Gerusalemme.
Quando si incontra Cristo, quando si fa l’esperienza di Cristo, tutto cambia. Vedete, se una persona è veramente innamorata, fa ogni cosa senza neanche accorgersene. Quando invece la relazione diventa pesante, allora è il segnale che qualcosa non va. L’innamorato non è mai stanco. Guardate i nostri giovani: stanno con il fidanzato o con la fidanzata dalla mattina, fino alle 2 o 3 di notte e quando finalmente si separano, si telefonano e stanno un’altra mezz’ora e poi un’altra ancora, fino a tutta la mattina dopo. Quando uno è innamorato, vede tutto il mondo diverso.
Noi siamo innamorati, Cristo?
E poi un ultimo pensiero: i discepoli stanchi di 11 chilometri di cammino, tornarono a Gerusalemme e pensavano magari di avere un’esclusiva da dare agli Apostoli:” Abbiamo avuto il privilegio di incontrare il Signore. Noi siamo dei privilegiati!”
Arrivano a Gerusalemme e lì già si sapeva che Gesù era Risorto. Carissimi, Cristo non è proprietà privata di nessuno. Nessuno è padrone di Gesù. Gesù non appartiene a me, a te, a noi. Pietro a un certo punto, quando fu rimproverato dai giudei convertiti, disse:” Se il Signore vuole rivelarsi a chiunque, chi sono io per impedirlo? Chi sono io per mettere limiti al Signore?” Gesù non è proprietà privata nostra. Abbiamo il dovere di annunciare il Vangelo, senza pretendere di averne l’esclusiva. Lo Spirito soffia dove vuole e dove decide, non abbiamo nessun potere sullo Spirito di Dio. L’importante è che ciascuno di noi si renda disponibile all’Evangelizzazione.
Siamo tutti missionari della Pasqua, ma ricordandoci, per l’ennesima volta, che il primo annuncio è la coerenza della vita.
Siamo oggi cristiani credibili?
