13 aprile 2017 – Giovedì Santo Messa in Coena Domini

Letture del giorno (Es 12,1-8.11-14 / Sal 115 / 1Cor 11,23-26 / Gv 13,1-15)

Pescatori infaticabili, esattori malfamati, gente sconosciuta, questa è la prima chiesa che il Signore si è scelto.
Simone, Giacomo di Zebedeo, Giovanni, Andrea, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo di Alfeo, Taddeo, Simone il Cananeo e Giuda Iscariota: sono i primi di una innumerevole famiglia arrivata fino ad oggi, fino al nostro quartiere, fino alla nostra comunità.
E’ la prima Chiesa. Sono anche i primi sacerdoti.
“La grande gloria della chiesa -scrisse Jacques Maritain- è di essere Santa nonostante i membri peccatori”.
Tutti loro si ritrovano nell’ultima cena. Tutti, nonostante i membri peccatori. Tutti, nonostante Giuda. Tutti si ritrovano in quella cena. E quella cena la ripetiamo oggi, nell’obbedienza, come la ripetiamo ogni domenica, come la ripetiamo ogni mattina e ogni sera nella nostra cappella.
Seguendo l’invito di Gesù celebriamo ogni giorno la Santa Eucaristia, e ricordiamo quel momento bello e tremendo, di quell’ultima cena, in cui ormai tutto è compiuto.
Trent’anni di vita con la sua famiglia, tre anni di pastorale, di missione in giro a evangelizzare, a portare il buon annuncio, il bell’annuncio, e nessuno lo capiva, neanche gli uomini che si era scelto, neanche quei dodici che sono con lui.
Nessuno lo capiva. E anche noi, che nell’obbedienza continuiamo a celebrare questa Eucaristia, quante volte stravolgiamo questo invito, quante volte offendiamo con celebrazioni zoppicanti, quante volte partecipiamo addormentati, quante volte viviamo l’Eucaristia, quella celebrazione domenicale, senza fede e senza passione!
E’ il centro della nostra fede, è la fonte ed è il culmine, è lì che parte tutto. E’ l’Eucaristia che fonde la Chiesa, è l’Eucaristia che fonde la nostra comunità, è l’Eucaristia che deve essere al centro della vita del nostro quartiere. Ma, come 2000 anni fa, anche oggi festeggiamo nell’indifferenza del mondo l’istituzione dell’a Eucaristia e del Sacerdozio.

La missione sembra fallita, l’incomprensione sembra totale.
Ma Gesù non si ferma, Gesù mette il grembiule, si abbassa e lava i piedi dei suoi discepoli. Lui, il Maestro, il capo, il pastore, si mette ai piedi per lavarli, ai piedi dei suoi discepoli. Gesù si dona totalmente, Gesù va fino in fondo, Gesù mostra cosa significa amare e cioè dare la vita. Gesù si abbassa, si umilia, Gesù mostra cosa significa il dono di sé.
Gesù ci interroga con questo gesto, Gesù ci chiama, Gesù ci guarda, Gesù lo fa, e allora nasce in noi quell’interrogativo: e io? Quanto mi abbasso? Quanto accetto? Quanto faccio per amare? Quanto sono amorevole?

Gesù con quest’ultimo gesto ci obbliga a guardarci dentro. Gesù fa il gesto del cristiano, Gesù ci mostra la via, Gesù ci apre il cammino. E noi diciamo di essere al suo seguito, ci gloriamo di essere cristiani, portiamo il suo nome, ma lo seguiamo su questa via dell’umiltà, anzi, dell’umiliazione?
Ecco Gesù che ci interroga, non ha scelto gente perfetta, Giuda è il primo prete peccatore, in un certo senso, e dietro di lui seguiranno tutti gli altri, noi compresi.
Allora entriamo in questo triduo, in questa Settimana Santa, volendo vivere sempre più vicini a quello che il nostro Maestro ci insegna, andiamo in profondità, abbassiamo la testa, abbassiamo lo sguardo, tocchiamo con mano la nostra fragilità e la fragilità degli altri. Tocchiamo con mano cosa significa donare, seguiamolo, perché sappiamo che il nostro triduo ci porterà alla morte, ma anche alla resurrezione.
Seguiamo il nostro Maestro che ci apre la via, ricordiamoci le sue parole: “Io sono la via, la verità e la vita”.

Amen

Omelia del 13 aprile 2017 in formato pdf