23 aprile 2017 – Seconda Domenica di Pasqua


Letture del giorno
(At 2,42-47 / Sal 117 / 1Pt 1,3-9 / Gv 20,19-31)

Siamo nell’ottava di Pasqua, in questi giorni la Chiesa, durante la messa, tutti i giorni ha celebrato come se fosse Pasqua, perché la gioia è grande, dopo quel deserto dei 40 giorni siamo entrati in un certo senso in una nuova direzione: Cristo è risorto.
Però ci troviamo, dopo otto giorni, con dei discepoli chiusi, a porte chiuse.
Continuano ad avere paura.
Non sono scappati tutti senza rimanere insieme, è una comunità comunque che vive con i suoi limiti, con le sue ferite, con i suoi problemi. Ma questa comunità vive al chiuso, porte e finestre sono chiuse, sono chiuse dalla paura.
Ed è quello che spesso accade anche nelle nostre comunità: essere comunità chiuse all’altro, per paura dell’altro.
Gesù entra, comunque, e la scrittura ci dice: “Viene in mezzo a loro”. Gesù è in mezzo a quella comunità, come Gesù è in mezzo alla nostra comunità, una comunità fatta di tanti limiti, di tante paure, tante sofferenze, tante paralisi. Però Gesù, lo sappiamo, è anche in mezzo a noi.
E questa comunità chiusa è chiamata dal Signore ad aprirsi.
Una comunità chiusa è una comunità che muore. Una comunità chiusa… io come sapete ho fatto un documentario che ancora non è uscito, però sono andato a visitare diversi paesi, di cui uno è l’Iran. E la comunità in Iran non si può aprire perché lo stato non permette alle comunità cristiane di aprirsi, e stanno poco a poco morendo. Perché sono chiuse, perché non hanno la possibilità di aprirsi. Ma questo è perché lo stato non dà questa possibilità.
Ma noi, noi abbiamo la libertà di aprirci. Il problema è che noi ci chiudiamo perché ci sentiamo bene dentro, e questo vale a tutte le età e in tutti i gruppi, dai più giovani ai più anziani.
E’ difficile capire che dobbiamo aprire le porte agli altri, è difficile capire che siamo un gruppo di cristiani e quindi un gruppo che dovrebbe evangelizzare. Perché abbiamo creato le nostre amicizie, i nostri gruppi, e stiamo bene così. Perché dovremmo andare a cercare altri?
Forse perché non siamo toccati dal messaggio che Gesù è venuto a darci?
Gesù ci dice: “Pace a voi”.
Una persona che sta in pace è una persona aperta, libera. E’ una persona che ha bisogno di comunione. Una persona che è paralizzata dalle sue paure è una persona che si rinchiude.
Non chiudiamoci in questa comunità pensando che questi muri ci possono salvare da un mondo cattivo, perché non è così; e lo vediamo anche all’interno stesso della nostra comunità, quante cattiverie si fanno l’uno all’altro.
Noi dobbiamo essere quella comunità aperta che ha ricevuto il messaggio del Signore che viene in mezzo a loro e dice: “Pace a voi. Che quella pace la possiate portare nel cuore”.
E c’è Tommaso. Tommaso non era con loro il primo giorno della resurrezione, e tutti avevano detto: “Abbiamo visto il Signore”. E Tommaso dice: “Sì, finché io non lo vedo e non metto le dita nel foro delle mani, lì dove sono stati piantati i chiodi, io non ci credo”.
Otto giorni dopo Tommaso è lì, anche lui in quella comunità chiusa. Appare di nuovo Gesù, e di nuovo Gesù dice: “Pace a voi” e subito presenta le sue ferite a Tommaso.
E Tommaso grida: “Mio Signore e mio Dio!”
Bellissima professione di fede di Tommaso. Sarebbe bello che ciascuno di noi un giorno possa dire così: “Mio Signore e mio Dio!”.
Ma Gesù aggiunge: “Beato chi crede senza aver visto”.
E questi dovremmo essere noi, che non abbiamo visto materialmente Gesù, ma ci crediamo.
Però con quanta fatica, quante sono le nostre difficoltà a credere! E certe volte diciamo che noi crediamo, ma crediamo davvero? Davvero crediamo che Gesù è risorto? Perché questo cambia veramente l’orizzonte della nostra vita. Significa che la morte non è il punto finale di tutto.
Ma come viviamo noi? Qual è il nostro spazio temporale? Noi viviamo sapendo che dobbiamo morire? E’ questo che ci importa?
O siamo già in un’altra visione: che dal battesimo abbiamo ricevuto una vita, la vita eterna, e non moriremo mai più? E allora tutto è verso quell’orizzonte molto più largo?
Vedete, come viviamo chiusi nelle nostre piccole paure, nei nostri limiti, paralizzati? Aperti a quel grande annuncio?
Abbiamo la pace nel cuore perché Gesù ce l’ha detto? Abbiamo una visione diversa del mondo, o continuiamo a essere come prima?
Siamo i discepoli della resurrezione o i discepoli della passione?
Tutti questi interrogativi ce li dobbiamo fare personalmente e ce li dobbiamo fare all’interno dei nostri gruppi parrocchiali. Dobbiamo parlarne anche tra di noi, per capire che cosa vogliamo.
La nostra parrocchia a poco a poco si apre ai problemi del quartiere, alle problematiche che ci sono all’esterno, perché è necessaria la nostra presenza.
Anche le nostre feste, che sembrano qualcosa di superficiale, sono un modo di dire che noi ci siamo, siamo presenti, vi accogliamo, venite a trovarci.
Forse all’inizio attraverso un mangiare, un bere, un cantare e un ballare, ma un domani ci dovrà essere anche attraverso di voi, l’annuncio di Cristo risorto.
Così si crea la comunità, così si apre la comunità, e ciascuno di noi è necessario in questo, non solo i preti, i catechisti, ma ciascuno di noi credenti siamo chiamati ad annunciare quel Cristo risorto che abbiamo incontrato nella liturgia, nella Parola, in una confessione, in un incontro.
Cristo è presente nella nostra vita e noi dobbiamo scoprirlo, e dopo averlo scoperto, annunciarlo.
E, ripeto, non ci sono età per questo, da 5 anni a 100 anni, tutti siamo chiamati a questo.
Ma abbiamo bisogno di ciascuno di voi, la nostra comunità dovrebbe essere una comunità di risorti, non una comunità del sabato santo, quella del sepolcro, quella comunità lì non ci interessa. Ci interessa una comunità di risorti che si apre ai bisogni del mondo, e soprattutto alla presenza di Cristo.
Allora in questi 50 giorni in cui festeggeremo sempre questa Pasqua, dobbiamo interrogarci: se noi abbiamo bisogno di toccare come Tommaso, bene, non fa niente, tocchiamo, ma cerchiamo nella nostra vita quando Gesù si è fatto presente, cerchiamo perché sicuramente si è fatto presente, tocchiamolo con mano quel momento lì, ma poi dobbiamo dire: “Mio Signore e mio Dio, il mio assoluto, il mio orizzonte, la mia vita”.
E allora tutto cambia, e allora apriremo le porte, e allora la nostra comunità avrà un nuovo volto. E’ quello il programma che abbiamo, è quello che il Signore ci invita a fare: la nostra comunità deve essere la prima ad alzarsi, da risorti, ci dobbiamo alzare e andare verso gli altri.
Amen

Omelia del 23 aprile 2017 in formato pdf