22 marzo 2020 Quarta domenica di Quaresima

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Sapere di non sapere

Ci ritroviamo un’altra volta qui, voi dalle vostre case e noi dalla nostra chiesa dove abbiamo sempre celebrato. Ci ritroviamo oggi con un vestito di colore diverso: il rosa o rosaceo, perché  è  la domenica Laetare (rallègrati!): una domenica, in mezzo a questo cammino desertico che è  la Quaresima, come se il viola avesse quel punto di bianco per ricordarci che la Pasqua è  vicina. In questo deserto in cui siamo chiusi nelle nostre case, il cui il numero di morti aumenta, forse abbiamo anche bisogno di sentire che c’è  una luce in fondo al tunnel, che c’è una speranza che ci aspetta;  che anche per noi ci sarà  il giorno di Pasqua. Un giorno di Pasqua.

Allora ci siamo lasciati la settimana scorsa capendo che eravamo assetati. E che Gesù  era l’acqua viva. Ci siamo lasciati al pozzo, con la Samaritana, una donna che era rigettata. E Gesù  proprio a lei chiede l’acqua, le chiede di parlare. E le apre la mente, il cuore, gli occhi. Poi lei andrà  a dire agli altri: ho trovato il Messia.

Oggi di nuovo ci ritroviamo con uno scartato: ci ritroviamo con il cieco nato, che per questo era considerato peccatore, lui o i suoi genitori. E Gesù,  ci dice la Scrittura, lo vede. Non lo vede con gli occhi degli altri,  non lo vede con gli occhi dei discepoli che subito chiedono: “È  lui che ha peccato, Maestro, o sono i suoi genitori?”. Lui non vede così,  perché  proprio come nella prima lettura – avete sentito – sulla scelta di Davide ci viene detto: ”Non guardare al suo aspetto, né  alla sua alta statura. Io l’ho scartato perché  non conta quello che vede l’uomo. Infatti l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore”.

Ecco, il modo in cui vede Gesù  non è  il nostro modo di vedere. Gesù  vede questo scartato, questo cieco nato, e va verso di lui. E fa una cosa particolare: sputa a terra e con la saliva mescolata con la terra fa del fango e lo mette sugli occhi del cieco nato. La saliva è  la parola di Dio. Tu non puoi parlare senza saliva, la tua bocca è  secca. In questo periodo noi ci rendiamo conto che la saliva ce l’abbiamo, dobbiamo portare le mascherre prprio perché  rischiamo di contaminare gli altri a causa della nostra saliva. La saliva è importante, come è importante  la parola di Dio mescolata con la nostra umanità, che è  questa terra.  Ricordatevi il mercoledì  delle Ceneri, quando abbiamo messo la cenere sulla testa e il sacerdote diceva: “Tu sei polvere e polvere ritornerai”. Il cieco nato acquisterà la vista attraverso la parola di Dio; questa parola che Gesù gli dice. Però Gesù  cosa fa? Gli mette questo fango, che è  la parola di Dio mescolata con la nostra umanità, e gli dice di andarsi a buttare nella piscina di Siloe che, ce lo dice Ģiovanni, significa: inviato. Chi è  l’inviato? È il Messia. Tu, per poter vedere, devi  tuffarti in Cristo. Ci sta parlando del nostro Battesimo, in cui noi ci siamo tuffati in Cristo. I cristiani prima erano chiamati illuminati: illuminati dal Battesimo. Siamo tutti degli illuminati da Cristo.

Vedete, questo cammino di Quaresima è  un cammino in cui riflettiamo anche sul nostro Battesimo. La settimana scorsa abbiamo visto che l’acqua che zampilla è Cristo. Oggi vediamo che per essere illuminati, pe poter vedere lo dobbiamo fare in Cristo, attraverso il nostro Battesimo.

Ma la storia non finisce qua. Il cammino è lungo.  Il cieco nato  non capisce subito cosa stia succedendo. Lui va e, tornando, incontra delle persone. Un po’ lo riconoscono, un po’ no, perché  ora è diverso; come è diversa la tua vita quando vedi diversamente, con gli occhi  di Dio.  E cominciano a interogarlo. Sette volte nel Vangelo viene ripetuto: come ha fatto? Cosa ti è  successo? Perché  tutti noi un po’  sappiamo  di essere ciechi. Tutti noi vogliamo capire come vedere bene. Ed è un processo: Gesù  ha iniziato è poi si è ritirato. Perché  Gesù  inizia la relazione, ti cerca; e dopo ti lascia camminare  liberamente  perché  sei tu che devi decidere di venire verso di lui. Gesù  si allontana  e il cieco nato viene interrogato: prima dalla gente, che non è sicura di riconoscerlo, e lui dice: “Sono io!”. E quànďo gli chiedono: “Chi ti ha fatto questo?”, lui risponde: “Un uomo, Gesù“. E, proseguendo, chiamano i farisei perché  non riescono  a capire. Anche i farisei fanno domande e il cammino del cieco nato è un cammino che va avanti nella sapienza, perché  nell’incontro successivo lui dice: “È un profeta!” . E ancora: il cieco nato, un uomo che era sempre stato messo da parte, che viveva proprio come i suoi genitori, paurosi di tutto, si afferma sempre più  forte, comincia  a usare l’ironia e dice: “Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?”. Soprattutto  il cieco nato ci fa capire una cosa importante: lui dice sempre “Non lo so”: io non so. “So solo che lui ha fatto questo e adesso ci vedo”. E s’incontra con i farisei, che dicono invece di sapere: sanno che Mosè ha incontrato Dio, ma non sanno chi è Gesù.

Anche noi rischiamo di essere nella nostra comunità  cristiana da ciechi se crediamo di sapere, se non ci lasciamo toccare dalla parola di Dio, quella novità che cambia la nostra vita. Il cieco alla fine dice: “È questo che mi sembra incredibile: che voi non sappiate chi è costui!”.  Quando Gesù  si fa presente di nuovo nella vita di questo cieco nato e  lo incontra dopo che il cieco nato è stato mandato via dal tempio, gli dice: “Tu credi nel Figlio dell’uomo?” “Chi è Signore?” “Sono io che ti parlo”. Gesù  si rivela attraverso la sua Parola. E il cieco, alla fine di tutto, risponde: “Sì  Signore, io credo”. Il miracolo qui non è tanto un cieco che rtrovai la vista, è  un uomo che trova la fede.

Ed è questo che noi dobbiamo scoprire. Un po’  come Socrate che diceva di sapere che non sapeva niente. L’uomo deve partire da qui, rendersi conto che non sa niente e che ha bisogno dell’altro. Socràte si uccide, noi invece siamo invitati a trovare il Signore che ci dà  una nuova visione della vita. Adesso noi stiamo nelle nostre case, rinchiusi; è  come se avessimo chiuso anche le tapparelle, come se tutto fosse un po’  oscuro; e qualcuno viene e ci apre e ci rendiamo conto che quella camera che già  conoscevamo, che quell’appartamento lo vediamo diverso, con i suoi colori, con la luce. Ecco, noi rischiamo di vivere tutta una vita nell’oscurità,  in cui conosciamo, ma non vediamo bene, e  forse va bene così  perché  almeno siamo sicuri di quello che abbiamo attorno. E poi qualcuno, che è  Dio, apre e ci rendiamo conto che attorno a noi è  tutto diverso e forse ne abbiamo paura.

In questo periodo di deserto, in cui alcuni di noi sono presi anche dalla paura, giustamente, io sono  triste di vedere che sui social, invece che   solidarietà, invece di vivere questo momento – che  è  come una guerra, una guerra contro questo nemico invisibile  che è  questo virus – creando fraternità tra di noi, vedo molta cattiveria, invidia, commenti di persone su altre che stanno fuori. “Sto a casa”, questo hashtag, diventa qualcosa per cui io mi metto dietro per giudicare gli altri con il mio pregiudizio. Ecco, anche lì  dobbiamo ritrovare la vista di Dio, quella che non giudica, che non cerca la guerra! Io mi devo rendere conto di quella che è la visione di Dio, la vista di Dio, la vita di Dio.

San Paolo nella seconda  lettura  ci dice: “Un tempo eravate tenebre, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce”. Cari fratelli e sorelle, siamo chiamati oggi, in queste tenebre, a comportarci da figli del,a luce. Oggi abbiamo bisogno di Dio. Oggi abbiamo bisogno di dire che noi non sappiamo, non vediamo. Abbiamo bisogno di lui. “Svegliati tu che dormi, risorgi dai morti e Cristo  ti illuminerà”.  Amen