2 maggio 2021 Quinta domenica di Pasqua

Senza di me non potete far nulla

Come sempre Gesù  prende un’immagine per farci capire quello che ci vuol dire. Questa volta l’immagine è  quella della vigna. Voi sapete come è  fatta una vigna. Ecco: la vite è  Gesù  e i tralci siamo noi. “Io sono la vite, voi siete i tralci”. Senza la vite, il tralcio non può  ricevere la linfa vitale. Il cristiano è  così: senza Gesù Cristo non ha la sua linfa vitale. E che cos’è  la linfa vitale per il cristiano? È  lo Spirito Santo che il Signore ha promesso prima di andare via. Ha detto che ci lasciava lo Spirito, per condurre la nostra vita. È  proprio per questo che voi vi preparate alla Cresima: per ricevere i doni dello Spirito, che vi permetteranno di condurre la vostra vita.

Il tempo di Pasqua è  un tempo particolare, è  un tempo mistagogico: cioè  è  un tempo in cui ogni domenica stiamo riflettendo sulla nostra chiamata e sul nostri Battesimo; si sviluppa sempre di più  quello che siamo, la consapevolezza di essere cristiani. E oggi Gesù  dice una cosa fortissima: ”Senza di me non potete fare niente”. Senza Gesù  noi non siamo niente.       

“Rimanete in me”. l cristiano, il discepolo, se vuole seguire Gesù,  deve rimanere in lui. Quindi prende questa immagine della vite e dei tralci. E dice: “Dio è  l’agricoltore”. Non dice  Dio è  un padrone, è  un maestro, dice che Dio è  l’agricoltore. L’agricoltore  è  quello che lavora la terra e si occupa della sua vite per averne i frutti. L’agricoltore  è  anche quello  che pota, quando c’è  bisogno;  come noivabbiamo potato i nostri alberi del giardino. Quando si pota, si sacrifica qualcosa, forse anche qualcosa che funziona, che sta andando bene. All’inizio ci fa strano, ci dispiace. Ma perché  si pota? Per togliere? No. Nell’agricoltura si pota per rafforzare. Quando si pota un albero, è  per renderlo più  forte, più  vigoroso. Questo succede anche nella nostra vita. Se Dio è  l’agricoltore,  significa che Dio non ci toglie niente, ma ci dà più  vita, ci dà  forza. Si pota per dare frutti. Ed è  questo che noi dobbiamo sperimentare, avere chiaro in noi.

Allora l’invito di Gesù è  di essere come la vite e il tralcio, cioè di essere legati a lui per avere la stessa linfa. E come facciamo a essere legati così  fortemente  a Gesù? Ce lo dice ancora lui: “Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi…” . Le mie parole rimangono in voi: ecco un modo di essere vicini a Gesù. Le parole che noi diciamo,  ascoltiamo, leggiamo, diventino vita.

Vedete quello che dice Giovanni nella seconda lettura, la prima lettera di Giovanni. “ Non amiamo a parole, né  con la lingua, ma con i fatti e nella verità “. Tutto quello che noi sentiamo qui, tutto quello che noi diciamo nella preghiera, deve diventare vita. Tutto quello che noi riceviamo nei sacramenti deve diventare vita.

Cosa significa “deve diventare vita”? Significa che tutto quello che faccio, viene da lui; significa che io rendo visibile quello che ho ricevuto; significa che io rendo vero, concreto quello che ho sentito qua.

Quante volte ho detto: non basta venire qui, sedersi e rispondere a mezza bocca Amen quando c’è  da dire Amen: non è  questo  essere cristiani. Essere cristiani significa mettere in pratica la parola che il Signore  ci ha lasciato; essere cristiani significa mettere in pratica  la Comunione che riceviamo: cosa significa se non fare corpo unico! Comunione: unione insieme, che è  l’unione della Chiesa, la comunione con Cristo.  Ma cosa significa comunione quando esco da questa porta, nella vita di tutti i giorni, al lavoro, in casa? E quando ricevo la misericordia di Dio nella confessione, cosa significa nella mia relazione con gli altri? Infatti, se io sono stato perdonato, come faccio a non perdonare? E se rimango in preghiera nella cappella dell’adorazione, questo tu per tu con lui, trasforma poi la mia vita quando esco? Io sono stato riempito dal suo amore, ma come mi gioco questo amore? Quello che viviamo qui deve diventare il segno visibile di quello che viviamo fuori, se non vogliamo essere ipocriti. Quello che vivo qui deve dare forza alla vita di fuori: perdono, comunione, messa in pratica della parola. Essere cristiani significa vivere con Cristo; e vivere con Cristo cambia la mia vita. Non a parole, dice san Giovanni.

Alla fine del Vangelo, il Signore  ci duce: “In questo  è  glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli”.  Qual è  l’obiettivo della vita cristiana? Qual è  il senso di essere discepolo? Non è  venire a messa, ma portare molto frutto! Noi siamo chiamati  a portare frutto. Vale la vita, se porto frutto.

Alla fine della nostra vita, nei nostri ultimi

 momenti  di vita, dovremo chiederci: “Quale frutto ho portato in questa vita?” Ma capite bene che, se siamo arrivati alla fine, a parte convertirci, non possiamo fare un gran che.  Allora oggi, attraverso questo  Vangelo, il Signore ci chiede: quale frutto stai portando nella tua vita? Come il Signore  ti sta permettendo di portare frutto? E qual è  il tuo frutto? Possiamo avere venti, cinquanta, ottanta, novant’anni,  a ciascuno di noi è  chiesto  di portare frutto. A ciascuno di noi!  È  questo l’essenziale  della vita cristiana: rimanere in Cristo  e portare frutto. Senza di lui non possiamo fare niente. Ma se noi lasciano agire lui nella nostra vita, allora daremo fritto. E questo quartiere, questa comunità  ha bisogno di questi frutti. Ha bisogno  di noi, ha bisogno di te e di me. Ciascuno di noi può  e deve portare frutto.

“Rimanete in me e io in voi. Chi rimane in me porta molto frutto”. Amen