28 novembre 2021 Prima domenica di Avvento

Oggi è il primo giorno del nuovo anno liturgico. Abbiamo festeggiato la settimana scorsa la fine dell’anno, con il pranzo con le famiglie: abbiamo voluto fare proprio come se fosse capodanno, finiva l’anno liturgico e questo è quello nuovo.

E come inizia l’anno liturgico?
Con questa preparazione al Natale che si chiama Avvento.
Ma aspettare Gesù potrebbe sembrare ridicolo, visto che sappiamo che 2000 anni fa è nato. Quindi l’Avvento diventa non solo l’attesa del Natale, ma anche l’attesa della fine, di quando ci incontreremo con Gesù: diventa l’attesa di tutta una vita.
Allora leggiamo questo Vangelo di Luca, in cui si parla della fine del mondo: “Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti (…) Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina. State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano”.


Se noi guardiamo un po’ le settimane, i mesi, gli anni che stiamo vivendo, sono anni pesanti: a causa di questo virus tutto diventa più complicato, l’angoscia abita nei nostri cuori, è difficile prevedere, programmare, è difficile ritrovarsi, è difficile abbracciarsi, tutto diventa complicato nella nostra vita. Aggiungiamo a questo la paura che in molti di noi c’è per la malattia, il dolore e la morte che può accadere a causa di questo virus.
E questo succede alcune volte anche nella nostra vita, quando ci ripieghiamo sui nostri problemi, le nostre difficoltà, stiamo un po’ a guardare il nostro ombelico e possiamo essere schiacciati da questo dolore, da questa sofferenza.
Però oggi il Vangelo, al di là di un inizio terribile, ci dice: “Allora vedranno il Figlio dell’uomo. (…) Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo”.
Invece di guardare il vostro ombelico, alzate la testa.

Alzare la testa significa guardare il cielo, significa ricordarci la nostra chiamata: tutti noi siamo chiamati a tornare un giorno al cielo.
Tutti siamo chiamati ad alzare lo sguardo verso la vocazione che abbiamo, alla vita eterna, all’infinito. E questa vita eterna, questo infinito, l’abbiamo ricevuto tutti nel battesimo. Significa che già adesso viviamo questa vita, già adesso viviamo questo invito, questa vocazione, questa chiamata, già adesso la nostra vita dovrebbe essere diversa.
Ecco perché il nostro cuore non deve essere pesante, ecco perché siamo chiamati alla vera libertà.
Diciamocelo: tante volte non siamo liberi, tante volte le nostre paure, le nostre angosce, fanno sì che ci facciamo condizionare nelle nostre scelte. Siamo chiamati alla libertà, siamo chiamati ad alzare lo sguardo. E guardate che questo è possibile.
Io sono contento, oggi, che ci sia Abuna Dany. Abuna in arabo significa Padre.

Oggi è venuto Padre Dany da Damasco, in Siria. Damasco, che ha conosciuto la guerra, Damasco, che ha conosciuto le bombe, e lui potrebbe essere uno di quelli ripiegati sulle sue paure, sulle sue angosce, potrebbe vedere un mondo solo oscuro. E invece sta qui con il suo sorriso, perché dentro il suo cuore c’è la speranza cristiana, c’è la speranza della possibilità di costruire un mondo diverso, un mondo nuovo, dove ognuno di noi può fare qualcosa.
Sono proprio felice di poter iniziare questo Avvento con una persona che ha visto, ha conosciuto cosa significa il dolore e la sofferenza dell’uomo.
E chiamo oggi anche un’altra testimone, una ragazza, Etty Hillesum, che rinchiusa nel campo di concentramento si mette a scrivere questo diario, dal 1941 al 1943, e scrive dal campo di concentramento, dal luogo più doloroso sulla terra, dall’inferno che l’uomo ha creato, lei scrive così:
“Esisterà pur sempre, anche qui, un pezzetto di cielo che si potrà guardare, e abbastanza spazio dentro di me per poter congiungere le mani nella preghiera”.
Ovunque sono, ogni momento della mia vita, anche il più doloroso, può essere un’occasione per me, attraverso la sofferenza, per crescere.
In ogni uomo, in ogni momento, in ogni luogo di sofferenza, posso alzare lo sguardo verso quel pezzetto di cielo che c’è anche dentro di me.
Un biblista scrive sul Vangelo di oggi: “Il Vangelo ci consegna questa vocazione a una duplice attenzione, alla vita e all’infinito. La vita è dentro all’infinito e l’infinito è dentro la vita”.
Se noi viviamo questa vita con questa vocazione a cercare l’infinito che ci sta dentro, allora apriremo diversamente i nostri cuori.

Allora vedete, noi oggi abbiamo acceso la prima candela della corona dell’Avvento, segno della nostra festa, segno di queste domeniche che ci avvicinano alla presenza di Gesù.
Ma il Natale non è Natale se Gesù non nasce nella nostra vita, nel nostro cuore, nella nostra vita di tutti i giorni. Allora questo tempo di preparazione deve servire a questo: a prepararci a ricevere l’infinito di Dio nella nostra vita, la bellezza e la speranza.
Prepariamoci quindi a questo momento, che il Natale sia il momento in cui accogliamo Gesù nella nostra vita, perché Gesù rappresenta la speranza per tutti noi.
Amen.