28 gennaio 2024  Quarta domenica del tempo ordinario

Quando sono debole, è  allora che sono forte.

All’inizio della sua vita pastorale Gesù va nella sinagoga di Cafarnao a  predicare. E vorrei soffermarmi su due punti secondo me importanti su quello che abbiamo sentito oggi.

Il primo punto è che ci viene detto, ben due volte, che il suo insegnamento viene fatto con autorità. La radice di questa parola vuol dire accrescere, aumentare. L’insegnamento di Gesù dovrebbe accrescere, aumentare la nostra vita, ci deve dare di più, qualcosa di più grande di quello che già abbiamo. E già qui ci poniamo una domanda: dove sta questo di più nella nostra vita? Tante volte i cristiani vivono come gli altri, senza quel di più che li dovrebbe caratterizzarli. Quella parola che noi ascoltiamo di domenica e che qualcuno di noi ascolta tutti i giorni dentro la messa, tocca realmente la nostra vita,  si incarna nella nostra vita, o rimangono parole, suoni che sentiamo, ma che ci scivolano addosso? Questi genitori che chiedono il Battesimo di Samuel, si rendono conto di quello che stanno chiedendo? Quanto bambino sarà battezzato, come ciascuno di noi, nella vita di Cristo! Una vita che abbiamo ricevuto e che dovremmo vivere, accompagnati dalla sia parola.  Ma se questa parola non la meditiamo, se questa parola non la ascoltiamo, a cosa ci serve? Di rumori, di suoni nella nostra vita e in questo mondo ce ne sono tanti! Ma questa parola è  qualcosa di diverso, perché  è parola di vita! Dovrebbe aumentare la nostra vita!

Invece no. Rischiamo di essere come quello spirito impuro“.

Ecco, l’altro punto che vorrei sottolineare è proprio questo: lui comanda, abbiamo sentito, anche gli spiriti impuri. Che cos’è questo spazio impuro? Non è impuro a livello morale, è  impuro a livello chimico, come l’acqua che, quando è impura vuol dire che non è solo acqua, c’è qualcos’altro. Così noi:  la nostra fede non la viviamo al cento per cento, non la viviamo con la radicalità di cui c’è bisogno,  non la viviamo totalmente con passione, ma facciamo dei compromessi. Siamo molto forti a fare compromessi. Quando li fanno gli altri ce li dimentichiamo,  ma quando siamo noi a dover vivere la nostra fede, i compromessi lì facciamo: ce ne rendiamo conto anche in confessionale: sì,  ho fatto così, non so, ma, però; una bugia sì,  ma a fin di bene; e così via. Abbiamo questi modi di fare qui, dobbiamo cercare di salvare il salvabile: quindi facciamo compromessi anche con la nostra fede. Facendo così, noi abbassiamo il livello, mettiamo in gioco la nostra vita e  la nostra fede.

Non dico che dobbiamo essere perfetti, attenzione, questo lo dico sempre: i santi non erano persone perfette,  anzi alcuni di loro si conversavano tutti i giorni, quindi sentivano in loro di  essere imperfetti. I santi sono quelli che, rendendosi conto della grandezza della loro vocazione, della nostra vocazione cristiana, quando non ce la facevano, non è che si adattavano a un compromesso abbassandosi alla mediocrità, ma, rendendosi conto della loro debolezza,  chiedevano aiuto al Signore. È questo che ci è  chiesto: avere un orizzonte alto, cercare di raggiungerlo, ma quando non ci arriviamo, per la nostra debolezza, per il nostro peccato, chiediamo aiuto al Signore, lo facciamo entrare nella nostra debolezza. San Paolo diceva: “È quando sono debole che sono forte”. Cioè riconosco che non è  tutto centrato su di me, che non sono io a decidere tutto nella mia vita,  che il dio non sono io, c’è un Dio in alto  cui domandare aiuto con umiltà. L’umiltà di riconoscere che abbiamo bisogno di lui. È  questo il segreto della nostra chiamata. Del resto, lo sappiamo, la radice del peccato è  l’orgoglio. L’orgoglio di voler fare tutto da soli.

Venendo qui, offrendo questo bambino, chiedendo al Signore di prenderlo nella sua vita, volendo la vita di Cristo, noi non vogliamo per lui  una mediocrità, una piccola vita egoistica. Vedete, noi, tante volte siamo egoisti, non vogliamo sporcarci le mani. Qual è il più grande comandamento che il Signore ci ha dato? Amare Dio e amare il prossimo. Tante volte noi il prossimo facciamo fatica ad amarlo. Facciamo fatica anche ad andare di fronte a noi a chiedere alla vicina anziana e forse sola come sta e se ha bisogno di qualcosa.

Abbiamo visto l’anno scorso nel nostro quartiere la morte di una signora, morta in solitudine qui in città. E questo perché? Perché noi non viviamo bene la nostra fede, non viviamo a fondo questa nostra fede che ci chiede di uscire da noi stessi. Noi invece ci proteggiamo, ci chiudiamo dentro a noi stessi. Invece è proprio  questo che ci verrà chiesto: quanto abbiamo amato Dio è il prossimo.

Ecco, Samuel oggi viene consacrato in questa fede. I suoi genitori, i suoi padrini e tutta la comunità parrocchiale lo accompagneranno in questo cammino con la parola e con i gesti. Questo bambino,  crescendo, dovrà sentire una grande famiglia, a partire da Dio, da questa chiesa, che lo accompagna con i gesti e le parole. Abbiamo bisogno di credere realmente  mettendo la nostra vita in gioco.

 Quanto è bello pensare che Dio possa entrare nella mente e in un cuore indiviso! E quando non ce la facciamo e quando è  difficile, apriamo veramente il nostro cuore alla sua presenza. Amen