4 febbraio 2024 Quinta domenica del tempo ordinario

Diventare noi stessi la buona notizia

Il Signore,  come sappiamo, guarisce. Ma non è  l’unica cosa che fa Gesù.  Quando i discepoli si mettono sulle sue tracce e lo trovano, gli dicono: ”Tutti ti cercano!”. E la risposta di Gesù  è: “Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là, per questo infatti sono venuto”.

Il Signore è venuto a predicare; e i discepoli dicono: “Tutti ti cercano!”. Ecco, noi siamo chiamati a fare la stessa cosa. Anche noi dobbiamo andare presso al Signore e anche noi siamo chiamati alla preghiera, proprio  come lui ha fatto: era sparito, quando era ancora buio, ritirandosi in un luogo deserto per pregare. Per noi il luogo deserto è  la cappellina dell’adorazione,  il luogo dove potete trovare la presenza del Signore. E anche noi,  nella nostra preghiera,  dobbiamo portare gli altri, dobbiamo sentire nel nostro cuore,  che tutti cercano il Signore. E sappiamo che è realmente così, perché anche quelli che sbagliano, sbagliano perché non sanno nel fondo di sé   che stanno cercando il Signore, che stanno chiedendo il suo amore. Forse la loro ricerca dell’amore la fanno nel modo sbagliato, ma nel fondo ogni persona, ogni essere umano ha bisogno dell’amore di Dio, perché siamo stati creati così. Siamo in un certo senso squilibrati, perché nel fondo abbiamo sempre  bisogno di lui. E noi dobbiamo credere, nel nostro cuore,  nel nostro pensiero, al fatto che noi, come gli altri, abbiamo bisogno di lui. 

Perché dico così? Vi dico così perché lui è chiamato a predicare e porta con sé  i suoi discepoli che vadano a predicare con lui;  e dice: “Per questo infatti sono venuto”.

E se noi siamo i discepoli del Signore, se  siamo quelli che lo seguono, che camminano sui suoi passi, allora anche noi dobbiamo fare la stessa cosa. Ognuno di noi è chiamato a essere evangelizzatore.

Tante volte potete vederqe che non è così: noi viviamo la nostra fede qui e, uscendo da qui, non sentiamo di essere evangelizzatori. Pensiamo che non è  diretta a noi questa proposta. Invece tutti siamo chiamati a essere evangelizzatori, non solo i consacrati, non solo i sacerdoti, non solo i religiosi, ma tutti i battezzati sono chiamati a essere profeti, re e sacerdoti, questo ci dice il Battesimo; lo siamo tutti,  tutti siamo chiamati a portare il buon annunzio; tutti siamo chiamati a essere evangelizzatori,  cioè a portare il Vangelo agli altri.  Non sono necessari tanti studi teologici: raccontare quello che il Signore ha fatto nella nostra vita, di questo siamo testimoni, è questa la nostra missione.  È  ciò  che è  accaduto alla mia vita che sono chiamato a raccontare: l’incontro col Signore, il suo intervento nella mia vita.

La seconda lettura, quella di san Paolo, è molto bella: “Annunciare il Vangelo,  fratelli, non è per me un vanto, perché è  una necessità che mi si impone: guai a me se non annuncio il Vangelo!”. Questa è la  passione che ha san Paolo, lui che non ha mai incontrato il Signore.  Lui, come sapete,, ha avuto una visione sulla strada di Damasco,  ma non ha mai conosciuto il Signore.  Anche noi, se siamo qui, spero che, a un certo momento, abbiamo avuto il nostro incontro con il Signore! Lo spero fortemente: noi non siamo qui per tradizione,  ma abbiamo incontrato il Signore vivo nella nostra vita. Ed è perché abbiamo incontrato il Signore vivo, che lo vogliamo raccontare agli altri. Siamo testimoni viventi dell’amore di Dio: siamo chiamati a testimoniare questo, nient’altro.

La nostra parrocchia deve essere una parrocchia missionaria. Una parrocchia non può non essere missionaria, perché un cristiano non può che essere missionario; non esiste un cristiano che non lo sia, non è possibile! Sarebbe una contraddizione nei termini! Un cristiano è missionario perché è portatore della buona notizia, perché è portatore di Cristo! Ogni volta che io faccio la comunione, porto Cristo con me! Ogni volta che ascolto la Parola,  porto Cristo con me, sono portatore di Cristo, quindi sono evangelizzatore, quindi sono missionario e non può essere diversamente. Tutto quello che facciamo in parrocchia è così.  Quando mi sono inventato la colazione divina, la domenica dopo la messa delle dieci, è proprio per quel motivo: io volevo che, quando  si esce, si prende un caffè e si fa parte di un gruppo parrocchiale, si vece una persona sola, si vede una coppia, si vede un giovane, si va a offrire il caffè  a quella persona per poter parlare; e così  su tutto! Su tutto dobbiamo avere sempre questa apertura! E invece cosa vediamo? Dei gruppi che si chiudono su loro stessi,  non si riesce a entrare. Dicono: in questa parrocchia non ci vado perché sono tutti uno sull’altro, perché non ti fanno entrare,  perché non ti accolgono,  perché la porta non è aperta. Dovremmo salutare, conoscere chi mi trovo accanto la domenica, in questo momento essenziale, il primo giorno, non l’ultimo della settimana:  da lì  parte tutta la nostra settimana. Invece  non ci apriamo, ci richiudiamo nella nostra piccola vita.

Pensate: perché abbi amo messo la cappella dell’adorazione in questa parrocchia? Per avere la porta aperta fino alle dieci di sera. Perché questo è il primo segno. Ma questo è solo un segno: la porta della chiesa deve essere anche nei nostri gruppi, anche nel nostro cuore,  anche nel nostro modo di vivere la carità, nel nostro modo di vivere il cristianesimo.  Guardate che, se la Chiesa in Europa muore, è perché non siamo più missionari. E non siamo più missionari perché non sappiamo più  raccontare l’amore del Signore nella nostra vita è forse non sappiamo più nemmeno perché siamo qui. Se lo sappiamo, abbiamo la fede, abbiamo quella passione per cui  non possiamo non dire che è bello seguire Cristo,  che non è possibile non dirlo! Dov’è la fede di una comunità che non sa raccontare?

E ci sono mille modi di essere missionari: non è fermando le persone sulla strada e  dicendo: io ti amo, che si fa missione.  Ci sono mille modi di vivere la missione e di viverla la carità.  Perché dovrebbe essere il primo segno missionario, il vero cristiano   è quello che vive la carità.  Non è facile,  perché noi abbiamo la tendenza a chiuderci in noi stessi,  a essere egoisti, egocentrici. Però è il cammino cristiano.  Ed è molto chiaro, oggi, che il Signore ci chiama a questo.

E vorrei concludere con la frase di san Paolo nella seconda lettura: “Ma tutto io faccio per il Vangelo,  per diventarne partecipe anch’io “. Tutti noi siamo chiamati a essere partecipi del Vangelo,  tutti noi siamo chiamati a essere la buona notizia. Per tutta la nostra vita, nei gesti e nella parola, siamo chiamati e diventare noi stessi la buona notizia di Cristo.  Amen